Andiamo avanti: la scuola primaria è, secondo i parametri OCSE, ai primi posti nel mondo. Questo significa che lo stato italiano investe molto in questo ciclo di studi. Peccato che sugli altri livelli, la situazione sia drammatica (l’Università ha meno finanziamenti rispetto alcuni stati centro-sudamericani). In queste riduzioni dalle primarie non vi è un’idea utile di “ridistribuzione” degli investimenti, verso i livelli più in difficoltà (mi riferisco solo agli investimenti, chiaramente, non di come i soldi vengono spesi che è un capitolo a parte).
Allo stesso modo, non si leggono nella legge 137, né nel piano programmatico, alcun investimento per la scuola primaria. Alle famose tre I della Moratti (Impresa, Informatica, Inglese), si aggiunge la quarta I, quella della Littizzetto a “Che tempo che fa”: in culo!
Sull’insegnamento della lingua inglese abbiamo poi un altro importante colpo ai danni degli insegnanti, e questo alla faccia di quanto invece afferma la Maggioranza. Si legge infatti sul piano programmatico che ad oggi l’insegnamento dell’inglese è affidato a insegnanti specializzati e proprio per questo si vogliono formare, con corsi di 150/200 ore, i maestri, per far sì che questi possano sostituire gradualmente gli insegnanti specializzati in prima e seconda elementare.
Vero che non ci vuole una scienza ad insegnare inglese a bambini di 6, 7 anni, ma un taglio che coinvolge tante persone e così indiscriminato non è certo da accogliere con grande entusiasmo. Mi chiedo inoltre perché lo stesso metodo non sia stato proposto, per esempio, per gli insegnanti di religione (che, è bene ribadirlo, sono scelti dai vescovi e pagati dallo Stato). Seguendo la stessa logica di riduzione e risparmi, i maestri non credo abbiano problemi ad insegnare quella che, per lo più, è la loro religione. Perché dunque due pesi, due misure?
In quest’ottica, la riduzione di posti di lavoro nei prossimi anni è drammatica. Più di 14mila tra maestri e insegnanti d’inglese nell’a.s. 2009/2010, quasi 8mila nel 2010/2011, più di 6mila nel 2011/2012. Per un totale, solo sulle primarie, di 28mila posti di lavoro in meno. Questi dati derivano non dai sindacati, ma da fonti ufficiali del ministero (piano programmatico) di cui sono tanto fieri da fare una bella lista delle riduzioni. Paiono così lontani i tempi del milione di posti di lavoro, promessi da Berlusconi in campagna elettorale, ed eravamo solo nel 2001 …
Quanto al tempo pieno, i genitori non si lamentano a torto, perché legge e piano programmatico sono volutamente sfuggenti: nella 137 non si cita neppure il termine tempo pieno e nel piano programmatico non vi è indicazione di come il tempo pomeridiano debba essere occupato, né propriamente da chi.
È in riferimento a questi argomenti che fa capolino il maestro prevalente, di cui non si parla nella legge 137, ma nel piano programmatico. Cerchiamo di capirci qualcosa perché qui la situazione è più complessa. Nel piano programmatico si parla di come i maestri debbano lavorare 24 ore. Vengono offerte dal piano due opzioni: la prima a 27 ore totali di lezione senza attività opzionali facoltative; la seconda a 30 ore comprensiva dell’orario opzionale facoltativo e con l’introduzione del maestro prevalente, quest’ultimo – e qui un punto controverso – nei limiti dell’organico assegnato, integrato con le risorse disponibili presso le scuole.
Potrà inoltre essere prevista l’estensione ad un massimo di 10 ore, comprensive della mensa.
Vorrei solo sottolineare che questo è quanto indicato nel piano programmatico, ma nella legge 137 si parla ambiguamente di “regolamenti [in cui] si tiene comunque conto delle esigenze correlate alla domanda delle famiglie, di una più ampia articolazione del tempo-scuola”.
Va da sé che qualunque intervento ai danni del tempo pieno andrà a vantaggio delle scuole che potranno permetterselo, ovvero le private, al 98% cattoliche. Che piamente ringraziano.
L’ultimo importante passaggio di questa riforma che, non ha quasi nulla a che fare con la Gelmini, ma deriva ancora una volta dall’art.64 della Finanziaria è stato trattato nel decreto legislativo 154 dei ministri Sacconi, Fitto, Tremonti, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale l’8 ottobre.
E qui, c’è da ridere, soprattutto in un’ottica che dovrebbe essere in futuro, federalista.
In pratica il governo dice alle Regioni e agli enti locali: mettiti a posto come ridimensionamento degli istituti scolastici secondo i criteri del DPR 233/1998, entro il 30 novembre di ogni anno. E ribadisce al contempo che eventuali oneri, spettano, secondo la Costituzione, alle Regioni e agli Enti locali. In pratica, io stato definisco come e quante devono essere le tue scuole, tu Regione ti prendi la patata bollente. Tagli e cuci.
Qui è però necessaria una precisazione, che è indicata con onestà intellettuale anche da un comunicato della CGIL. Questa riorganizzazione non prevede, ad oggi, l’obbligo di chiusura di scuole con meno di 50 studenti. Ad oggi, infatti, si chiede che secondo il suddetto DPR 233/1998 gli istituti scolastici abbiano uno standard compreso fra 500 e 900 studenti, con deroga di 300 – 500 studenti se in situazioni particolari (come piccole isole o comunità montane). Questa operazione non tocca assolutamente gli studenti, né le scuole, ma incide, pesantemente (15 – 20%, secondo le stime del Ministero), sul personale amministrativo e sui dirigenti scolastici.
È anche vero però che, l’invito del Governo per il futuro è che le piccole scuole siano accorpate, secondo un’altra grande perla di saggezza, tratta dal piano programmatico: “la polverizzazione sul territorio di piccole scuole non risulta funzionale al conseguimento degli obiettivi didattico-pedagogici, in quanto – e qui viene il bello, ovvero: quando gli economisti si fingono pedagoghi - non consente l’inserimento dei giovani in comunità educative culturalmente adeguate a stimolarne la capacità di apprendimento e socializzazione.” Chissà cosa ne direbbe don Milani…
Si invitano tuttavia le Regioni e gli Enti Locali a seguire l’esempio dell’esperienza virtuosa di diversi comuni (proprio così, diversi comuni, senza alcuna precisazione) che ha consentito di ovviare alle criticità e all’isolamento delle piccole scuole, che deve essere assunta come linea di intervento generalizzata, anche se richiederà tempi medi-lunghi, soprattutto nei territori montani e nelle piccole isole.
Ovviamente, pulmini e autisti sono a carico degli Enti locali. Senza contare al disagio di quei bambini che si dovessero trovare a fare, d’inverno, in alta montagna, 10 – 20 Km magari, per raggiungere la scuola.
Intanto molte Regioni stanno facendo ricorso alla Consulta. E vedremo, anche perché secondo il decreto 154, se non provvedono a definire gli istituti scolastici entro il 30 novembre a partire dal prossimo anno scolastico, viene nominato un commissario ad acta, i cui oneri sono, ovviamente, a carico delle regioni e degli enti locali finiti commissariati…
Quindi, vedremo chi la spunta sul ridimensionamento.