Non è nella natura del mio blog, che vorrebbe essere uno spazio di riflessione, riportare per intero articoli di altri. Ma faccio un'eccezione per un articolo comparso su La Repubblica di ieri, a firma Massimo L. Salvadori.
Seppur poco, questo articolo lenisce la recente offesa della Gelmini alla laicità (e alla giustizia), che persiste nella discriminazione, nonostante la sentenza del Tar del Lazio. Se non altro, perché parla chiaro. Eccolo:
La differenza tra cattolici e clericali
I fondamenti della grammatica concettuale possono essere distorti per trascuratezza o ignoranza, ma anche per un calcolo strumentale. È il caso dell´uso, diventato in Italia corrente, dei termini "laici" e "cattolici", secondo cui i primi sono i non credenti, coloro che non intendono dare alla Chiesa cattolica tutti i diritti che le spettano, e i secondi gli appartenenti, tout court in quanto cattolici, al fronte contrario. Ed è naturale che siffatta distinzione-opposizione, la quale altro non è se non una grande confusione-distorsione, piaccia assai alle gerarchie cattoliche, perché essa altera e nasconde la vera distinzione-opposizione: quella tra "laici" e "clericali". Bisogna dire che davvero offende che si sia dimenticata, sovente anche da parte di molti che si qualificano come laici e si sono tranquillamente adattati alla confusione, la lezione di grandi studiosi non credenti e credenti, cattolici e non cattolici, quali Francesco Ruffini, Gaetano Salvemini, Carlo Arturo Jemolo, per citare pochissimi nomi esemplari. I quali hanno insegnato che laici non vuol dire non cattolici, che cattolici non significa non laici, che i laici sono i non clericali indipendentemente dal fatto di essere o non essere credenti, cattolici o non cattolici e che i cattolici si dividono a loro volta in non clericali e clericali. Una grammatica concettuale, questa, ben chiarita a suo tempo, ma che appare oggi in Italia largamente dimenticata. A ribellarsi alla distorsione dovrebbero essere sia i non credenti sia i cattolici non clericali; ma così non è. È pur vero che ogni tanto qualche voce, anche dal versante cattolico, si leva a respingere la distorsione, ma questa ormai si è imposta.
Alle gerarchie ecclesiastiche riesce comprensibilmente gradito un simile stato di cose. Dividere gli italiani tra laici e cattolici costituisce il presupposto di una contrapposizione ad esse conveniente, della tenace azione intesa a impedire l´emergere anzitutto all´interno dei cattolici della distinzione tra cattolici laici e cattolici clericali, della riduzione dei laici a "laicisti" non credenti che non riconoscono il diritto della Chiesa di occupare lo spazio pubblico nei modi prevaricanti e privilegiati a questa assicurati a partire dai Patti del Laterano.
La laicità è libertà per tutti; è rispetto dei diritti di ogni individuo e gruppo di seguire ciò che detta la coscienza, di praticare, organizzandosi, la propria filosofia, ideologia e religione senza violare i diritti altrui e pretendere di acquisire posizioni di monopolio o di predominio in forza di privilegi e della discriminante protezione del potere politico; è creazione di un luogo aperto in cui le frontiere delle credenze si formano e si spostano unicamente per spontaneo consenso; è confronto paritetico tra le verità che si ritiene di possedere e si vogliono divulgare; è riconoscimento reciproco della dignità di tutte le visioni del mondo non violente, del diritto di dibattito e confronto; è rinuncia al ricorso a bracci secolari per far prevalere le une a danno delle altre. Per questo la laicità è un´idea universalistica che nessuno esclude e tutti comprende; e che richiede uno Stato laico, di diritto, tutore del pluralismo culturale, religioso e sociale. Esso è laico perché assicura nell´eguaglianza le libertà di credenti e di non credenti, di credenti sia cristiani sia appartenenti ad altre confessioni. In questo sta la sostanza, continuamente fraintesa, della "neutralità" dello Stato laico. Da esso si differenzia lo Stato semi-laico, quale è lo Stato italiano odierno, che afferma i valori laicità ma in via di fatto conferisce privilegi di molteplice sorta alla Chiesa cattolica, la quale li chiede, anzi pretende, in nome del principio illiberale e contrario all´eguaglianza che la religione della maggioranza abbia in quanto tale diritti particolari, da tradursi in primo luogo in moneta sonante e una posizione dominante nel campo dell´insegnamento.
Lo Stato laico si contrappone allo Stato clericale, che nella storia europea ci ha dato continui aspri e persino crudeli conflitti religiosi, politici e civili; alla cui fine hanno contribuito il riformismo dei sovrani settecenteschi, le lotte di liberali e democratici, il tanto, anche recentissimamente deprecato dalle gerarchie vaticane, illuminismo, il faticoso farsi strada nel seno e del protestantesimo e del cattolicesimo delle correnti che, non a caso, furono denominate e si denominarono "liberali". Tendenze liberatrici, che la Chiesa cattolica combatté e denunciò come perniciose e colpevoli di contrastare e al limite di mirare a distruggere l´unica verità in effetti tale e in grado di guidare propriamente le coscienze. Certo, oggi non è consentito neppure alla Chiesa di respingere frontalmente, come in passato, lo Stato laico; ma laico essa lo vuole sempre e soltanto se le offre gli strumenti per stabilire una condizione di primato religioso, morale e civile, orientando allo scopo la politica.
Basta, dunque, nel nostro paese con questo deviante, equivoco, prevalente linguaggio che pone da una parte i laici e dall´altra i cattolici; e si ritorni alla giusta, vera e illuminante distinzione tra laici e clericali. Uno dei terreni principali in cui in Italia si gioca la questione della laicità dello Stato è, come a tutti presente, la scuola. A questo proposito vorrei concludere citando un passo di Salvemini, tratto da un discorso tenuto alla Camera il 2 luglio 1920. Lo Stato - diceva - «non domanda all´insegnante quale fede politica e religiosa abbia: gli domanda solo che dimostri di possedere l´educazione critica e scientifica senza cui ogni fede è dogmatismo, è catechismo, è fanatismo, non è luce di umanità, non è vita dello spirito. Gli domanda (…) di sviluppare nei suoi alunni quelle abitudini critiche e razionali, che permettano loro di rendersi conto delle basi attuali delle loro credenze, e li metta in grado di conservarle o mutarle (…)». Ora i cattolici che respingono i principi di laicità «non accettano questa scuola. Per essi la verità è una sola: quella tramandata da un ente superiore all´umanità e di cui è depositaria la gerarchia ecclesiastica… E la scuola deve insegnare questa sola verità». Il tempo passa, ma in Italia resta sempre aperta la questione di intendere la laicità per ciò che è e ha da essere.