Recentemente, ho letto su un numero de L’Espresso (n.31, 7 agosto 2008) un interessante articolo di Roberto Saviano sui pugili di Marcianise, terra di camorra, che ha saputo sfornare campioni come Clemente Russo e Mirko (Domenico) Valentino, atleti che in questi settimane gareggiano a Pechino, tenendo alto l’onore della boxe italiana. Uno sport senza soldi che pare nascere e generare i suoi campioni proprio nelle zone più depresse d’Italia. Qui, allenatori sottopagati ma con passione, fanno realmente la posta sotto casa ai ragazzini che riconoscono come possibili grandi atleti di domani.
Una volta lì, nella palestra, il rischio di scivolare nella fila della criminalità per questi giovani pare svanire, perché, come scrive Saviano, «le regole del pugilato sono incompatibili con quelle dei clan. Uno contro uno, faccia a faccia. La fatica dell’allenamento, il rispetto della sconfitta.»
In queste palestre, Clemente e gli altri hanno non solo trovato per certi versi un riparo, ma un’opportunità, un luogo dove convogliare la rabbia per un ambiente sociale che negli anni ’90 contava un morto al giorno. Quelle palestre hanno concretamente salvato la vita di molti giovani.
Jérôme, argento a Atene 2004 e bronzo a Sidney 2000 è affetto dalla nascita dalla sindrome di Poland, una malattia rara che – detto per sommi capi – impedisce il normale sviluppo della muscolatura di una metà del torace (quando non si manifesta nella completa mancanza del muscolo) e crea malformazioni ad una mano (nei casi più gravi colpisce anche organi interni).
Ho ascoltato ieri sera in TV, un’intervista a questo atleta, in cui parlava a fatica e con emozione della malattia che l’ha colpito e delle tante operazioni subite da bambino, soprattutto alla mano. Ho sentito nelle sue parole il dolore, la rabbia, la vergogna nel mostrarsi sul ring con magliette troppo strette che potrebbero mostrare quella parte di corpo che non riesce ad avere muscolatura a causa della malattia.
Jérôme diceva di lottare per tutte le persone malate come lui. Ma la sua è anche una lotta alla malattia stessa.
Ha scelto di tirare pugni alla malattia, non al mondo.
E ha scelto di mettere, come i campioni di Marcianise, la sua rabbia nei guantoni, circoscritta nelle regole di una disciplina ancora ancorata a sani principi. Almeno questo è quanto traspare dalla lealtà, dal coraggio e dalla dedizione con cui parlano della boxe (e della loro stessa vita).
Sono felice di riproporre le loro storie, perché toccano nel profondo. Al di là delle enormi critiche che si possono muovere alla Cina in quanto sede di Olimpiadi, non possiamo non raccogliere quanto di positivo arriva da manifestazioni sportive di questo livello.