Torno al Belgio e ancora una volta al tema doloroso e ingarbugliato degli abusi sui minori, guardando alla storia di David, raccontata in questi giorni su alcuni media.
David, figlio di un’alcolizzata, ha sei anni quando, insieme al fratello, subisce abusi da parte del patrigno. Divenuto adulto, denuncia l’accaduto, ma il reato è ormai passato in prescrizione. Così, due anni fa, con la complicità di un amico, David si reca dall’uomo affinché ammetta le sue colpe. La discussione degenera: i due ragazzi uccidono a coltellate l’uomo, la moglie – che era presente durante gli abusi – e danno fuoco alla casa con i corpi all’interno.
David e l'amico vengono quindi subito arrestati. In questi giorni, il processo: il tribunale belga ha assolto i due giovani, nonostante avessero ammesso l’omicidio.
In questa storia non si può non constatare quanto il passato abbia divorato il presente.
L’abuso non è stato un evento del passato; ha dato vita a un qualcosa che è germinato nell’animo di David e ha portato la vittima a diventare carnefice a propria volta.
Non so quanto questa sentenza sia utile. Mi chiedo se con questa sentenza il trentenne David sia stato effettivamente riconosciuto come vittima o piuttosto non sia stato il gesto del lavarsi le mani, da parte della giustizia belga. Un modo FALSO per riconoscere e risarcire la vittima.
David è colpevole di omicidio. Questo è un fatto. I giudici dovevano riconoscere il suo danno (che è ciò che ha fatto, ma anche in senso letterario verso se stesso, da danneggiato e quindi, ferito). Riconoscendone il danno, si riconosceva non solo l’essere stato vittima all’epoca, ma esserlo tuttora. Riconoscere il danno significa non il carcere, ma quantomeno provvedere ad un aiuto concreto per il giovane, per spingerlo a liberarsi davvero. Una liberazione che deve per forza di cose passare da dove è stato creato il trauma: nel passato e non nel presente. O si resta imprigionati, l'oggi, in un passato di abusi.
Anziché limitarsi a dire che “senza l’abuso, non sarebbe avvenuto l’omicidio”, i giudici avrebbero dovuto porre l’attenzione su cosa è successo in questi ventiquattro anni, in cui un qualcosa è maturato nell’animo del giovane, portandolo a coinvolgere anche un’altra persona (un amico, o forse il compagno) in un delirio che lo vede imprigionato nel passato.
Volere, infatti, che il pedofilo ammetta le proprie colpe non è liberarsi (per altro, quasi una costante di chi abusa è proprio quella di negare – anche fino alla morte, come in questo caso, le proprie responsabilità). È un atto di rancore, di dolore, di rabbia che non è del presente, né del futuro, ma solo del passato. Un passato non elaborato, l’urlo di un bambino ferito e non ascoltato, che pretende di esserlo ora, nel presente.
Un’ultima considerazione, alla società civile in cui è vissuto il giovane: un luogo fatto di maestre, vicini di casa, medici, insegnanti, attorno a David, nel cui animo, per ventiquattro anni, è potuto crescere indisturbato l’odio.
La sentenza dei giudici – che non riconosce la vittima, ma ne giustifica e legalizza la vendetta – ha dimostrato la completa inadeguatezza del Belgio di fronte alla questione della pedofilia, una questione che continua a ritornare nella sua storia.
Una storia che il Belgio deve trovare il coraggio di tornare a guardare, riconoscendola, per liberarsene davvero.