Sul sistema carcerario
L’amico valtergallo di Pennarossa, dai commenti al mio post sul Partito Giovani, mi stimola a ritornare sul tema delle carceri in Italia e – di conseguenza – sul recente indulto. Così scrivo una sorta di lettera aperta a lui, che però spero possa comunque sviluppare una discussione costruttiva con chi si trovasse a leggere queste parole.
Mi scrive Valter:
«Sull'indulto concordo con te che deve essere accompagnato da provvedimenti che limitino il ripetersi della situazione di sovraffollamento e degrado (da terzo mondo) delle nostre carceri.»
Ecco un primo importante spunto di riflessione. La legge Bossi – Fini è una vergogna. Se questa legge non è corretta prima di un indulto, continuerà a fare danni, magari ancora sulle stesse persone che hanno beneficiato dell’indulto.
Dal mio punto di vista, una revisione della legge era necessaria prima di un’azione come l’indulto.
Sono pienamente d’accordo con te nel momento in cui – e forse senza troppo retorica – paragoni le carceri italiani a quelle del “terzo mondo”.
È un dato di fatto che il sistema carcerario non ha volontà alcuna di rieducazione, ma si pone come una sorta di linea tra chi è “dentro” e chi è “fuori”. Ed è un dato di fatto, perché non vi è volontà alcuna da parte della nostra classe dirigente di recuperare chi è in carcere o vi è appena uscito. Questo indulto non è stato accompagnato da strumenti che potessero salvaguardare chi – uscito dal carcere – si è trovato in uno stato di sbandamento, anche psicologico, perché il carcere è diventato la sua unica casa (in questo senso invito te e chiunque a vedere l’episodio di Kusturica di All the invisible children).
Senza un sincero desiderio – o istinto – di salvaguardare queste persone in difficoltà, un atto come l’indulto è inutile, e forse perfino dannoso (sull’ex-detenuto, ma anche su altri – come la cronaca insegna). Può aiutare nell’immediato, ma poi?
Ritengo sia più urgente una riforma del sistema carcerario, che deve modificare la natura delle carceri per farle diventare un luogo dove ci si possa recuperare, imparare un mestiere, etc. E questa riforma, ancor più con un governo di sinistra, è doverosa. L’esperienza del carcere “Le Vallette” di Torino, dove è nata una vera fabbrica di caffé equo-solidale, con tanto di marchio registrato, ci può essere d’esempio. Sono certo che ci sono ex detenuti che sarebbero ben felici di continuare a fare quel lavoro (da esterni, sia chairo) piuttosto che tornare a perdersi per la città o essere costretti a ripetere gli stessi errori.
Il carcere deve essere sulla bocca non solo del ministro della Giustizia, ma anche di quello delle Pari Oppotunità, del Lavoro, etc.
Ho visitato il blog che mi consigli e vorrei soffermarmi sul post del 25 agosto che ha per titolo «Quando il carcere diventa “casa”».
La tua amica scrive:
«Uscire dal carcere per chi ha scontato una pena dovrebbe essere un momento di gioia assoluta. La riconquista della libertà.
Si torna ad essere padroni del proprio tempo, del proprio corpo, liberi di amare, di sorridere, di farsi la doccia quando se ne ha voglia, liberi di camminare a piedi scalzi su di un prato. »
Siamo sicuri che uno dei primi interessi di un detenuto sia quello di “camminare a piedi nudi su di un prato”, quando molti non hanno neppure un luogo dove dormire o una famiglia pronti a riceverli? Si è davvero padroni del proprio tempo?
E ancora:
«Molti troveranno ad attenderli famiglie contente di riabbracciarli, datori di lavoro pronti ad accoglierli nuovamente, amici con i quali tornare a scherzare e, probabilmente, ce la faranno. »
Scusa Valter, ma oggi anche i laureati hanno problemi di lavoro. Chi sono questi datori di lavoro “pronti ad accoglierli”? Il caporalato forse. La mafia sicuramente.
«Ma tanti altri, troppi, troveranno soltanto indifferenza e pregiudizi.
Quelli che non hanno niente e nessuno, costretti a vivere ai margini, quelli che saranno visti non come persone ma come ex-detenuti, pregiudicati, “tizi” poco raccomandabili da cui stare bene alla larga.
Additati per i loro tatuaggi vistosi, che con quel color blu non fanno certo moda ma solo “marchio di fabbrica” come li chiamava Bunker. Derisi per la loro poca sicurezza nell’affrontare anche una piccola incombenza ormai disabituati a prendere decisioni per proprio conto. »
Frasi come queste portano a pensare inevitabilmente a “poverini”. Mi allontano categoricamente da questo pensiero. Perché ritengo che “poverini” sia dannoso tanto quanto “tutti pericolosi”. È una sorta di razzismo al contrario, ma sempre razzismo. Non so se riesco a spiegarmi, amico, senza passare per str**o.
Infine mi permetto un'ultima riflessione. Questo indulto non ha giovato alla sinistra. L'elettore ha timore della microcriminalità perché è con quella che ha a che fare quotidianamente. Sa che la destra ha spinto per i reati finanziari, ma ai suoi occhi, questi sono meno preoccupanti dei primi.
Resto dell'idea che questo indulto ha fatto un doppio gioco a favore della destra. E, come dice giustamente Grillo - che non reputo un dio e non prendo ad esempio in toto - "la sinistra pare fare il lavoro sporco della destra".
I media e la destra stanno infatti già facendo una bandiera crudele, dell'edicolante ucciso da un ex-detenuto rilasciato con l'indulto (sebbene molti partiti della CdL abbiano votato a favore. Ma ora paiono non ricordarlo...)






